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martedì 18 agosto 2015
Ancona, denunciato il titolare di un canile La Forestale: ha truffato quattro Comuni
Il titolare di un canile è stato denunciato per truffa aggravata, maltrattamento e abuso di professione.
Gli agenti della Stazione forestale di Senigallia, coordinati dal Sostituto Procuratore presso il Tribunale di Ancona Dr. Paolo Gubinelli, nel corso di oltre otto mesi di indagine hanno acquisito documentazione e testimonianze comprovanti gravi reati a carico di un senigalliese titolare di un canile in provincia di Ancona. Gli agenti hanno accertato una truffa da oltre 35.000 euro, percepiti indebitamente dal titolare del canile, a danno di quattro comuni, i quali pagavano rette salate per cani non presenti in canile, poichè affidati in adozione da mesi a privati. Tra i comuni truffati, il comune di Roseto degli Abruzzi risulta aver liquidato fatture gonfiate per oltre 30.000 euro, mentre somme piú contenute sono state indebitamente fatturate ai comuni di Ascoli Piceno, Senigallia e Cerreto d'Esi. Altrettanto gravi sono le accuse mosse a carico del titolare del canile per quanto concerne il benessere degli animali, infatti dalle prove documentali e testimoniali acquisite è emerso che i cani venivano alimentati irregolarmente e lasciati a digiuno soprattutto nei giorni di festa, ed in almeno due casi, cani malati sono morti per non essere stati adeguatamente curati. Ad aggravare ulteriormente la posizione del titolare del canile sono le prove acquisite in merito alla consueta somministrazione di farmaci disposta dal titolare a personale dipendente privo della necessaria qualifica professionale. L'indagato rischia pene fino a cinque anni di reclusione previste per il reato di truffa aggravata ai danni di enti pubblici, pene che potrebbero essere ulteriormente incrementate nel caso in cui saranno accertate in sede dibattimentale anche le responsabilità per le altre fattispecie contestate.
Fonte: Corriere Adriatico
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mercoledì 29 luglio 2015
Rapporto Lav su Zoomafia 2015 - non solo cani
Il mondo del crimine continua a lucrare sulla pelle degli animali. Anche quest’anno il Rapporto Zoomafia “delinquenti, trafficanti, affaristi e crimini contro gli animali”, redatto da Ciro Troiano, criminologo e responsabile dell’Osservatorio Zoomafia della LAV, mette in evidenza come le corse clandestine, i combattimenti tra cani, la macellazione clandestina continua ad alimentare un business illegale che l’attuale normativa combatte con difficoltà. Ma la sedicesima edizione del rapporto aggiunge anche l’analisi del fenomeno della “Pirateria dei fiumi”, ovvero la pesca di frodo nelle acque interne. Il bracconaggio ittico, non fa rumore, ma sta saccheggiando alcuni fiumi, grandi e piccoli, del Nord d’Italia: pescatori di frodo, quasi tutti stranieri dell’Est Europa, che dispongono di mezzi, barche potenti, furgoni-frigo, reti lunghe centinaia di metri, che occupano le sponde fluviali con ricoveri di fortuna e con bivacchi che deturpano il paesaggio, e che usano, spesso, intimidazioni e minacce nei riguardi degli addetti ai controlli.
Pescano di tutto e rivendono al mercato nero. L’obiettivo principale dei pirati è il Siluro (Silurus glanis), un pesce d’acqua dolce appartenente alla famiglia dei Siluridae originario dell’Europa orientale, dal bacino del Danubio. Un pesce particolarmente apprezzato nei paesi dell’Est e per questo oggetto di vere e proprie rappresaglie in stile militare nei nostri fiumi. Un giro d’affari di svariati milioni di euro l’anno.
«Se dovessimo rappresentare graficamente la zoomafia potremmo ricorrere ad un triangolo: la base è formata dal business, dai guadagni che i traffici a danno degli animali garantiscono - spiega Troiano -. Un lato è formato dai limiti della normativa e dalla sua scarsa applicazione; il terzo lato è costituito da una sinergia scellerata di interessi diversi ma convergenti che unisce trafficanti, l’imprenditoria zoomafiosa, addetti ai controlli infedeli, affaristi».
Traffico di cuccioli
Sono circa 2000 i cani che illegalmente ogni settimana arrivano in Italia. Nati e cresciuti in allevamenti batteria, i cuccioli che vengono comprati per pochi euro nei paesi di origine, spesso arrivano ammalati e accompagnati da documentazione contraffatta. La regia del business fa capo a gruppi organizzati che importano gli animali e li smerciano attraverso venditori compiacenti o tramite annunci su Internet.
Corse clandestine di cavalli, ippodromi & scommesse
I cavalli sono al centro di diversi profili criminali: scommesse clandestine, macellazione illegale, furto degli animali, traffico di farmaci. I numeri relativi alle corse clandestine e alle illegalità nell’ippica parlano da soli: in diciassette anni, da quando sono stati raccolti i dati per il Rapporto Zoomafia, ovvero dal 1998 al 2014 compreso, sono state denunciate 3344 persone, 1238 cavalli sequestrati e 111 corse e gare clandestine bloccate. Solo nel 2014 sono stati 110 i cavalli che correvano in gare ufficiali, risultati positivi a sostanze vietate.
Combattimenti e “cani per delinquere”
Le indagini e gli esiti giudiziari mettono in evidenza come il fenomeno dei combattimenti tra cani in Italia sia tornato a essere un’emergenza. Persone denunciate, combattimenti fermati, ritrovamenti di cani con ferite da morsi o di cani morti con cicatrici riconducibili alle lotte, furti e rapimenti di cani di grossa taglia o di razze abitualmente usate nei combattimenti, sequestri di allevamenti di pit bull, pagine Internet o profili di Facebook che esaltano i cani da lotta, segnalazioni: questi i segnali che indicano un ritorno del fenomeno.
La situazione del randagismo in alcune aree della Penisola continua ad essere una vera emergenza, con conseguente allarme sociale. Secondo i dati del rapporto, sempre senza la pretesa di essere esaustivi, sono circa 7 i canili - con centinaia di cani -, sequestrati nel corso del 2014 per reati che vanno dalla truffa al maltrattamento all’esercizio abusivo della professione di veterinario. Cani in condizioni igieniche pessime, ammalati, tenuti in strutture fatiscenti, sporche e precarie: questi alcuni casi accertati.
I traffici internazionali di fauna e il bracconaggio
Il traffico internazionale di animali o parti di essi rappresenta uno dei pericoli principali della sopravvivenza delle specie minacciate. Un’attività che trova nel nostro paese un’importante punto di arrivo e di transito. Avorio, serpenti, bertucce, caimani, iguane, tegu, varani, cebi dai cornetti, pappagalli, tartarughe, ma anche caviale, prodotti in pelle di animali protetti, farmaci derivati da animali: sono solo alcuni degli animali o parte di essi sequestrati nel 2014. Cammelli, zebre, lama, antilopi, pitoni e anche una tigre sono stati confiscati in base alla normativa antimafia ad esponenti della criminalità organizzata.
Un mare di illegalità
Vere e proprie battaglie si combattono per fermare la pesca di frodo di tonni, vongole, ricci, pesce spada. In Europa il 7,5% dei pesci marini è a rischio. Oltre agli squali, a finire nella lista anche specie di interesse commerciale come rombo, dentice e salmone. Sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel comparto della pesca e della vendita di pesce, si registrano diversi interventi dell’antimafia. Senza tregua il furto dei datteri di mare e la relativa distruzione dei fondali. Sono sempre le solite bande specializzate attive in determinate aree che alimentano un giro d’affare milionario. I casi più frequenti di illegalità si riscontrano nella pesca al tonno rosso e nell’uso delle spadare, la vendita di pesce “sotto misura” o di specie vietate, lo strascico sotto costa. La pesca di frodo, nelle sue sfaccettate forme di illegalità, viene perpetrata con mezzi e strumenti sempre più sofisticati. Anche i delfini sono vittime della cattura di frodo: vengono uccisi per produrre il mosciame.
La “Cupola del bestiame”
Un vero sistema di malaffare legato alla gestione di allevamenti, alle truffe, al traffico illegale di medicinali e sostanze dopanti, al furto di animali “da allevamento”, alla falsificazione di documenti sanitari e, spesso, con infiltrazioni della criminalità organizzata, inquina il comparto zootecnico. Negli ultimi anni sono stati sequestrati e confiscati a diversi esponenti delle varie famiglie mafiose o camorriste, tra gli altri beni, aziende agricole, allevamenti di bovini, bufale e cavalli, caseifici, società per la commercializzazione di prodotti agroalimentari, macellerie. Secondo la DIA le infiltrazioni riguardano qualsiasi segmento della filiera alimentare, dalla produzione alla vendita, fino alla distribuzione e ristorazione, concretizzandosi anche nella violazione di norme a tutela della sanità pubblica. Diverse le forme di macellazione clandestina, che vanno da quella domestica, o per uso proprio, a quella organizzata, riconducibile a traffici criminali, da quella collegata alla caccia di frodo a quella etnica. Le sofisticazioni alimentari creano sempre maggiore allarme sociale.
Fonte: LaStampa.it
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domenica 26 luglio 2015
FIRENZE: 50 CANI SEQUESTRATI DAL CORPO FORESTALE DELLO STATO. VIAGGIAVANO IN PESSIME CONDIZIONI (VIDEO)
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| Il furgone con i cani a bordo bloccato dalla Forestale |
Una cinquantina di cani trasportati in pessime condizioni sono stati sequestrati dal Corpo forestale dello Stato insieme al veicolo su cui viaggiavano nei pressi di Firenze. Denunciata inoltre la titolare di una Onlus, conosciuta come «staffettista» che nel gergo del settore indica chi si occupa di trasportare gli animali.
Gli agenti del Comando provinciale di Firenze del Corpo forestale dello Stato hanno fermato un veicolo che recava la scritta trasporto animali vivi, in uscita da un canile. All’apertura del portellone posteriore, hanno visto una trentina di cuccioli di 2-3 mesi e una ventina di esemplari adulti tra pastori maremmani, beagle, pitbull, volpini e meticci, stipati in gabbie impilate fino al tetto del veicolo. Il carico, proveniente dalla Sicilia, era diretto a canili di Bologna e Milano. Gli animali erano rinchiusi stretti nelle gabbie ed avevano difficoltà di movimento. I cani saranno ora affidati in custodia ad un canile-rifugio autorizzato di Bologna. In corso le indagini per valutare la sussistenza di eventuali ulteriori reati.
Fonte: FirenzePost
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sabato 18 luglio 2015
Cani randagi, il business delle trasferte. I Comuni pagano decine di migliaia di euro
Al Sud, soprattutto in Sicilia, i canili sono sovraffollati e gli animali vengono trasferiti nelle città del Nord attraverso "staffettisti". Spesso, denunciano le associazioni, in condizioni di grande sofferenza per gli animali. I Comuni pagano da 100 a 400 euro per ogni animale
Cani spediti al nord o all’estero per liberare le strade dai randagi o svuotare canili sovraffollati. È la politica attuata da molti Comuni del Sud, che stringono sempre più spesso accordi con associazioni o privati per trasferire gli animali in zone in cui avrebbero maggiori possibilità di essere adottati. Una strategia che però sposta il problema anziché risolverlo e solleva interrogativi sia sulle condizioni di trasporto sia sulle reali destinazioni dei cani. Affidati a «staffette» che si incaricano del trasporto, alcuni animali trovano casa, altri finiscono in rifugi di diverse regioni o in località sconosciute.
Quella di «staffettista» è ormai diventata una professione. Una decina di soggetti percorrono la penisola in lungo e in largo ogni settimana, indicando su Facebook tappe, date e orari degli spostamenti previsti. I viaggi non sempre rispettano le disposizioni per il trasporto di animali e i camion a norma sono rari. I cani rimangono a bordo anche per più di 24 ore. Accade per tragitti internazionali, come quello tra la Sicilia e il nord della Francia, ma anche su distanze minori, nel caso di contrattempi che, secondo le testimonianze di vari adottanti, avvengono di frequente.
“Il tragitto da Lecce a Savona una volta è durato 30 ore” racconta Marina Catalano, una volontaria pugliese che si era affidata alla staffettista più nota e discussa, Chiara Notaristefano. Quest’ultima sul suo profilo Facebook ha giustificato il ritardo con lo scoppio di un pneumatico, ma Diego Musiani, che era con lei sul camion quel 2 novembre 2013, racconta particolari ben più drammatici. “All’altezza di Fiano Romano ci scoppiò una gomma e chiamammo l’Aci. In carrozzeria ne approfittammo per far scendere i cani (che fino a quel momento non avevano mangiato), ma alcuni rimasero sul camion. Notai tracce di candeggina in alcune ciotole per l’acqua. A Piacenza ci accorgemmo che Elisir, un bulldog inglese, era morto. Mi disse di portarlo in una clinica veterinaria di Monza, dove il cane fu congelato prima che l’adottante potesse chiedere l’autopsia.”
Quella di «staffettista» è ormai diventata una professione. Una decina di soggetti percorrono la penisola in lungo e in largo ogni settimana
Chiara Notaristefano, ex agente immobiliare e fondatrice dell’associazione “Mamma Chiara Animal Onlus” con 4 sedi in Brianza e una a Scicli, in Sicilia, è al centro delle critiche di gruppi animalisti per la morte di un altro cane, Jango, durante la staffetta del 22 luglio. Caricato a Caltanissetta e diretto in Lombardia, il cane si ferisce in gabbia e perde sangue. Durante una tappa ad Agrigento per far salire altri cani, Notaristefano se ne accorge e lo porta da un veterinario. Per stabilire chi abbia deciso di farlo ripartire e quali siano state le cause del decesso è stata aperta un’inchiesta.
Quando a pagare sono le associazioni o gli adottanti, i prezzi dei viaggi vanno dai 30 euro per un cucciolo agli oltre 100 euro per un cane adulto di grossa taglia. E lo staffettista viene remunerato spesso in nero. “Io pagavo sempre in anticipo, inizialmente sul conto Postepay del marito di Chiara, poi sul conto corrente della sua associazione, con causale ‘donazione’”, precisa Marina Catalano.
Ma a volte quei viaggi sono già pagati in partenza dai comuni, disposti a versare somme ancora maggiori. Ragusa, Scicli, Modica, Ispica e Vittoria, per citare solo qualche esempio, pagano tra i 100 e i 400 euro per ogni cane spostato altrove. Il fenomeno si sta diffondendo particolarmente in Sicilia, dove il randagismo è ancora una piaga e dove i vigili non intervengono nemmeno, quando ricevono segnalazioni di animali vaganti, dato che nei canili non ci sono posti liberi.
Il comune di Ragusa, nella Determinazione dirigenziale n.151 del 29 gennaio 2014, stanzia 10.000 euro per il trasferimento di un minimo di 100 cani nel corso dell’anno a cura dell’associazione Aida e dichiara che questa attività “se portata avanti con costanza consentirà un notevole risparmio per le casse comunali.” Sulla carta sembra un affarone: 100 euro per disfarsi di un cane che, altrimenti, costerebbe al comune di Ragusa 2,90 + Iva al giorno in canile, quindi oltre 1000 euro l’anno, per tutti gli anni della sua vita.
“Il tragitto da Lecce a Savona è durato 30 ore”, racconta una volontaria. A Piacenza ci accorgemmo che Elisir, un bulldog inglese, era morto
Peccato che i cani che partono verso il nord non siano quelli più difficili da far adottare, ma soprattutto cuccioli. Oltretutto, dare loro la chance di essere adottati al nord toglie questa opportunità a cani che già si trovano nelle strutture piemontesi o emiliane e che resteranno più a lungo a carico dei rispettivi comuni.
A volte, oltre al trasporto, le amministrazioni del sud pagano un forfait per il mantenimento dei cani nelle strutture di destinazione, almeno per i primi mesi. E’ così che, nel dicembre 2013, il Comune di Campobasso ha versato la bellezza di 40.000 euro a Gabriele Tossani, all’epoca commissario dell’Enpa di Bologna, per liberarsi di 30 cani mandandoli al canile di San Prospero (Modena). Nello stesso periodo anche Siracusa ha decretato l’invio al San Prospero di “un primo contingente di 60 cani” al costo di 1600 euro + Iva per il trasporto oltre a 3 euro + Iva al giorno per il mantenimento di ciascuno. Ma l’operazione è stata bloccata dopo che le informazioni raccolte dalla consulente del comune Daniela Cassia hanno portato a giudicare non idonee le strutture di destinazione, site a Monticelli Pavese e Macerata Feltria.
Enpa Bologna ha stretto accordi con amministrazioni di mezza Italia, anche in collaborazione con Ernesto Zagni, titolare del San Prospero e gestore della struttura di Calderara di Reno (Bologna). Ma il record di convenzioni con i comuni lo detiene proprio Ernesto Zagni, citato di volta in volta nelle sue molteplici vesti di allevatore, gestore di canili e trasportatore, con le sigle «Animal Coop», «Allevamento Del Zagnis», «Transdog». Ispica gli ha affidato 50 cani a fronte di 4000 euro per il trasporto. Modica, a fine luglio, ha stanziato 20.000 euro per il mantenimento, senza pagare il viaggio. «Abbiamo preso 25 cani – spiega Zagni – 10 sono stati adottati, e abbiamo in programma altri viaggi.»
Palermo gli ha concesso un appalto, in collaborazione con Enpa, per 133.000 euro. “Non è per la gestione del canile” ci dice Zagni. “Abbiamo solo preso un centinaio di cani e li abbiamo portati al San Prospero. Mi sembra che una quarantina siano già stati adottati. Enpa si appoggia a noi – aggiunge – perché siamo gli unici con camion autorizzati per il trasporto di animali vivi. Per noi ormai è un’attività continuativa”.
Il Comune di Modica, a fine luglio, ha stanziato 20.000 euro per il mantenimento, senza pagare il viaggio
Ma in Emilia c’è veramente posto per tutti questi animali? “Al San Prospero ci sono circa 200 cani. Riusciamo a farne adottare una decina al mese – ci dice l’attuale commissario straordinario di Enpa Bologna, Giorgio Marzadori, che esclude che gli accordi firmati da Gabriele Tossani abbiano creato qualche imbarazzo all’associazione. «Non c’è stato nessun problema. Ora del San Prospero e dei viaggi dei cani si occupa direttamente l’Enpa nazionale». Una decina di adozioni al mese mal si conciliano con le centinaia di cani che arrivano dal sud.
«Avendo seguito le vicende dei cani di una struttura sotto sequestro a Trani – riferisce Nadia Martignoni, segretaria nazionale dell’associazione animalista U.G.D.A. – e dovendone assicurare la tracciabilità dopo che Zagni e Tossani si erano offerti di portarne 16 in Emilia, ho saputo solo dopo molte ricerche e insistenze che erano finiti in una pensione di Monticelli Pavese e uno era morto là. Peccato che la destinazione indicata in partenza fosse Calderara». A Calderara di Reno, una fonte affidabile descrive una situazione di sovraffollamento che crea episodi di aggressività tra gli animali. In qualche occasione, i nuovi arrivati sarebbero rimasti per giorni nei trasportini, in attesa che si liberasse posto nei box.
Spedire cani a centinaia di chilometri significa non poter controllare direttamente come vengono trattati dopo l’adozione o nelle strutture che li accolgono. Tra gli animali ritrovati morti o in cattive condizioni a maggio durante il sequestro della pensione del cremonese ‘La casa di Luca’, meglio nota come ‘Scodinzolandia’, diversi provenivano dalla Sicilia. “Ne avevo mandati lì 25, pensando che fosse una buona struttura” ricorda Enza Licciardello, presidente dell’associazione “La casa dei randagi” di Augusta, nel siracusano. “Ora alcuni sono tornati da me in Sicilia, di altri non ho più avuto notizie.”
Dal 1991, la legge quadro 281 ha vietato la soppressione dei cani, ha imposto ai comuni di finanziare il mantenimento dei randagi nei canili e ha promosso la sterilizzazione delle femmine. Una politica che, se correttamente applicata, avrebbe portato in questi 23 anni all’estinzione dei meticci “indesiderati”, considerato che i cani non vivono più di 20 anni. Non è andata affatto così, soprattutto nelle regioni in cui la prospettiva delle sterilizzazioni è stata disattesa. I costi per i comuni sono esplosi (centinaia di migliaia di euro l’anno nelle città) e le mafie si sono interessate a questo business.
La legge del 1991 prevede le sterilizzazioni. Dove non è stata applicata, specie al Sud, i costi per la gestione del randagismo sono esplosi
In Sicilia si è innescato un circolo vizioso: si rincorre costantemente l’emergenza (anche perché numerosi sono gli episodi di violenza e le soppressioni sommarie di animali da parte di criminali o di cittadini esasperati dal randagismo), quindi non si ha il tempo o la volontà di investire nelle sterilizzazioni, che darebbero frutti nel lungo periodo. Ma così il problema si perpetua. Accade che si spostino cucciolate anche senza assicurarsi che la madre sia stata sterilizzata prima della reimmissione sul territorio, lasciando fabbriche di cuccioli in circolazione. E, visti i business che le cucciolate generano, probabilmente non è un caso.
Al nord c’è praticamente il problema opposto. La popolazione canina è stata stabilizzata, i rifugi sono ancora pieni di cani anziani, ma i cuccioli sono una rarità e da qualche anno i box che pian piano si svuotano vengono riempiti con il salvataggio di cani spagnoli, rumeni o di altri paesi dove gli animali in soprannumero vengono soppressi. Oppure si cercano cani al sud.
Ma i comuni italiani pagano la retta solo per gli animali ritrovati sul loro territorio. Ecco quindi perché alcuni rifugi del nord si procurerebbero cagnolini da altre regioni per poi inscenarne il ritrovamento in zona, come ci hanno detto a mezza voce vari animalisti. Il trucco funziona solo se gli animali sono sprovvisti di microchip, in violazione delle norme che prevedono che solo cani identificati e vaccinati possano viaggiare. Una sorte peggiore potrebbe toccare ai randagi diretti all’estero, dove non è vietato cederli ai laboratori per la vivisezione.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
venerdì 17 luglio 2015
Il business dei cani randagi pagato con i soldi pubblici
Per ogni animale accalappiato e chiuso in un canile il comune di riferimento spende dai trecento ai mille euro l'anno. Ma nella gran parte dei casi questo flusso di denaro non evita che i cani siano malati, malnutriti, stipati in gabbie sovraffollate. E che alimentino un traffico imponente di finte "adozioni" che li deporta sui tavoli della sperimentazione del Nord Europa, come ha denunciato il portale "il respiro.eu"
Vengono reclusi in strutture fatiscenti, maltrattati e dimenticati, a volte trasferiti clandestinamente in altri Paesi per finire nei laboratori della ricerca, oppure trasformati in cibo in scatola o pellicce. È il business del randagismo, l'affare dei canili, un traffico che si svolge con pochi controlli. È una storia dove s'intrecciano sperpero del denaro pubblico, malasanità, criminalità organizzata. Dove gli interessi in gioco sono più alti di quanto non si sappia e la legge viene sistematicamente ignorata. Alla fine il silenzio conviene a tutti. Sindaci, polizia, giudici, medici della Asl. Tutti complici, a volte senza neanche saperlo. È l'Italia dei canili, un paese degli orrori.
Quanti sono i cani randagi e quelli nei canili e quanto costa allo Stato mantenerli? In tasca di chi vanno i soldi? E quanti animali dietro finte adozioni finiscono all'estero in una tratta illecita? Il business del randagismo e dei canili viene valutato intorno ai 200 milioni, anche se l'ultimo rapporto "Zoomafia" stima il giro complessivo del traffico di cani 500 milioni di euro. Valutazioni realistiche stimano i cani vaganti 600 mila, di cui 200 mila ricoverati nei canili, per ogni cane rinchiuso il comune di appartenenza spende dai 300 ai 1000 euro l'anno. Una spesa significativa che però non mette gli animali al sicuro. Il canile non sempre è l'ultima tappa.
Il traffico e le finte adozioni L'ultima denuncia parla di un traffico di cani e gatti all'estero, esportazione illegale mascherata da finte adozioni. Gli animali finiscono nei laboratori della sperimentazione, come cibo in scatola per i loro simili più fortunati, per fornire pellicce. É la denuncia che arriva dal portale "ilrespiro.eu", dove la giornalista Margherita D'Amico ha condotto un'inchiesta che dà corpo a dubbi e sospetti che da tempo si rincorrono. "Un processo che avrà inizio il 19 dicembre a Napoli sul traffico di cani e gatti da Ischia in Germania costringerà a non ignorare questa realtà agghiacciante", dice D'Amico. "Spediti in carichi su furgoni, station wagon, oppure affidati ai cosiddetti "padrini di volo", cani e gatti randagi provenienti dall'Italia, ma anche da Spagna, Grecia o Turchia, confluiscono ogni anno nei paesi del nord Europa, in Germania arrivano dai 250 ai 400 mila cani".
Nell'inchiesta è citata la testimonianza di Enrica Boiocchi, vicepresidente del Gruppo Bairo, associazione molto attenta all'argomento: "Finché non vedi con i tuoi occhi non capisci. Partecipai al fermo di un carico al confine con la Svizzera: un trasportino per gatti di quelli piccoli, di stoffa, ne conteneva nove. I cani, come di prassi in queste spaventose spedizioni, erano sedati, imbambolati, nemmeno si tenevano seduti. Ogni giorno mezzi carichi di questi sventurati passano la frontiera svizzera, li vediamo, eppure non li ferma nessuno". Stipati nelle gabbie all'interno dei veicoli, gli animali attraversano l'Italia e oltrepassano i controlli superficiali. Si tratterebbe un giro di denaro enorme.
"Sono finita in questa voragine a metà degli anni 90", racconta al sito ambientalista Francarita Catelani, fondatrice di UNA-Uomo Natura Animali Cremona. "Dal napoletano ci segnalarono che la titolare di un'associazione tedesca stava partendo con un carico di cani. Furono prima fermati a Barberino del Mugello, ma la Asl li lasciò passare. Poi, a Como, lo stop. Il capo veterinario della Asl di Como capì. Redasse tre verbali e il giorno dopo il furgone fu scortato fino all'imbocco dell'autostrada per Caserta". Ma la vicenda di Como non è l'unico caso di intervento delle forze dell'ordine. "Un paio d'anni fa ad Ancona sono stati bloccati 102 cani provenienti dalla Grecia. C'è stato un fermo ad Arezzo sei anni fa, e ancora a Padova. E a Verona, nel 1995, si aprì un'indagine per verificare nomi e indirizzi a cui erano stati dati in adozione 100 cani. Risultarono tutti falsi, dal primo all'ultimo". Ci sono poi le denunce dell'Enpa, sezione di Perugia, contro 40 cani di un canile umbro adottati in Germania. C'è infine il caso di Ischia.
"Un piccolo gruppo di volontari di Ischia per anni si oppone alle massicce esportazioni organizzate dal canile di Forio. Solo nel 2006, a suon di denunce, gli animalisti riescono a ottenere il fermo di un furgone e l'avvio di un'indagine assai accurata da parte della Procura di Napoli condotta dal pm Maria Cristina Gargiulo, che si serve anche di intercettazioni telefoniche", racconta D'Amico. La fase preliminare dell'inchiesta si conclude con il rinvio a giudizio di cinque imputati per maltrattamento di animali, falsità ideologica e materiale, associazione per delinquere finalizzata all'illecito traffico di esseri senzienti. "Nel frattempo, però, il rifugio di Forio è stato ceduto alla Pro Animale Fur Tiere in Not e. V. con sede in Germania che ha 32 punti di raccolta e smistamento di cani e gatti in tutta Europa. Le spedizioni di animali vengono ufficialmente interdette solo nell'estate 2011, in attesa degli esiti del processo che avrà inizio presso il Tribunale di Napoli fra poco più di un mese".
Adozioni all'estero fittizie, sulle quali dovrebbero vigilare le Asl. "É attraverso i loro registri, infatti, che scorrono a centinaia, migliaia, le pratiche. Come non insospettirsi davanti alle stesse persone che richiedono venti, trenta, cinquanta lasciapassare per volta?".
I canili, l'orrore dietro l'angolo. Ma qualsiasi mercato illecito è possibile perché i canili italiani vengono gestiti senza controlli. Se il traffico verso l'estero può essere il caso limite, c'è poi l'indifferenza di tutti che rende possibile il degrado quotidiano. "Feriti, affetti da patologie e infezioni, malnutriti, relegati in spazi angusti e sovraffollati, trascurati e soli: questo lo stato in cui versano i "migliori amici dell'uomo" in molte strutture, pubbliche e private". Questo è scritto in un documento del Ministero della Salute che ha diffuso recentemente un video dei canili peggiori d'Italia, girato durante le ispezioni di 39 strutture da parte della task force per la tutela degli animali."I canili sono un sistema che serve a far soldi. La legge diceva che andavano creati dei rifugi e i canili dovevano rimanere solo come presidi sanitari e luoghi di transito. Così non è stato", spiega Rosalba Matassa, a capo della squadra formata da nove veterinari e due amministrativi.
"Dove nasce il business? I comuni invece di creare canili municipali stipulano convenzioni con società private, spesso sono aste al ribasso, anche solo 50 centesimi al giorno per ogni cane. Fatto l'accordo, nessuno controlla. Il sindaco ha la tutela dei cani, quindi è il responsabile ma non risponde mai di fatto e noi non abbiamo il potere neanche di infliggergli una multa". La mappa del degrado attraversa tutta l'Italia, al Sud la situazione è peggiore perché il business è in mano alla criminalità ma ogni regione ha i suoi scheletri, nel senso letterale. Solo nel 2011 sono stati fatti 6 sequestri. È stato chiuso il canile di Somma Lombardo dove tra i cani malnutriti c'era anche una gabbia con due tigri e altri animali esotici.
A Terni c'è stata un'ispezione dopo varie segnalazioni di maltrattamenti, una storia lunga e mai risolta, la Procura sta indagando. A Foligno segnalazioni per maltrattamenti. A Ceprano, Frosinone, il canile è sotto sequestro amministrativo. Chiuso Poggio Sannita: maltrattamenti. Aragona in Sicilia, una sorta di canile abusivo, senza legge e senza controlli, un caso di cui si parla da anni, solo ora si sta svuotando. Chiuso definitivamente ad aprile dopo anni di battaglie il lager per definizione, quello di Cicereale, in Campania, diventato un caso nazionale. Dentro duemila cani, per ciascuno la famiglia Capasso percepiva due euro al giorno. Ci sono stati anni di battaglie giudiziarie prima della chiusura. L'unico caso in cui il ministero si è costituito parte civile. Nei casi di sequestri la situazione che si presenta è sempre la stessa: cani scheletrici, malati, nessuna sterilizzazione, spesso promiscuità, a volte morti. Tra i reati più frequenti riscontrati, frode, medicinali scaduti, esercizio abusivo della professione medica.
Fonte:Re le inchieste
Il business dei canili di Roma
4.207.000 euro sono i soldi che il Comune di Roma dà ogni anno per gestire i canili pubblici della Capitale. Quelli in funzione attualmente sono tre: il più grande ovvero La Muratella, il rifugio Ponte Marconi (ex Cinodromo) e il Parco Canile Vitinia (ex Poverello). Ce ne sarebbero quattro, ma uno è chiuso. Tanti i soldi destinati alle cure e al sostentamento dei nostri sfortunati amici a quattro zampe… ma tutti questi soldi pubblici arrivano effettivamente a loro?
La scorsa settimana Massimo Giletti su Rai nella trasmissione L’Arena ha calcolato che ci sono attualmente (nel periodo compreso tra gennaio e i primi di maggio 2015) 634 cani gestiti da 106 dipendenti. Il costo per i cani è di 18 euro al giorno. Allora tutto il resto dei soldi a chi va? Al centro dello scandalo è finita soprattutto l’Associazione Volontari Canile Porta Portese. La cui Presidente, Simona Novi, si è difesa replicando al presentatore: “Ma a lei risulta che un cane si pulisce la gabbia da solo? Che si fa adottare da solo? La invito a venire un giorno per vedere il lavoro che c’è dietro un canile”.
Ma la replica non regge. Dovrebbero esserci gabbie dorate e ciotole per l’acqua d’argento per giustificare certi costi. Mentre qui di dorato ci sono solo gli stipendi dei dipendenti della Onlus che nel caso dei quadri guadagnano fino a 5.052,18 euro al mese. L’Associazione Volontari Canile Porta Portese, che dovrebbe essere una Onlus senza fini di lucro, gestisce per conto del Comune di Roma i rifugi pubblici e ha l’affidamento diretto del soggetto per un totale di quasi 4 milioni di euro che finiscono chiaramente nelle tasche dei dipendenti. Una Onlus che dal 1997, con affidamento diretto senza bando di gara, gestisce gran parte delle strutture del territorio.
E’ normale che non ci sia un appalto, una gara? “La nostra amministrazione si è ritrovata tante situazioni di questo tipo, tra cui i canili. Stiamo portando avanti il ripristino delle regole. Noi abbiamo fatto partire una gara, che era aperta solo alle associazioni animaliste, purtroppo c’è stato un primo ricorso al Tar e poi una sentenza del Consiglio di Stato che ci ha imposto anche soggetti privati, così abbiamo dovuto riscrivere il bando”, dice l’Assessore all’Ambiente Estella Marino.
Il bando sui canili della Capitale era inoltre stato toccato dall’inchiesta “Mafia Capitale”. Era stato infatti sospeso per verificare la regolarità delle procedure vista anche la partecipazione della 29 Giugno di Salvatore Buzzi che si era proposta per gareggiare nella gestione dei canili e dei gattili di Roma. Ma come poteva essere ammessa ad una gara una cooperativa che nel suo statuto aveva servizi di pulizia industriali e ospedalieri e servizi di raccolta dei rifiuti? “C’è chi parla di gara inquinata, ma la gara per la gestione dei canili è stata sospesa in autotutela, a seguito dell’inchiesta “Terra di mezzo”, si era difesa la stessa Marino.
E gli animali, loro malgrado, sono diventati un business.
Fonte: LineaDiretta24.it
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